Ora è un monaco senza casa e non è più un uomo del mondo;
la sua mente sia sempre rivolta
alla conoscenza del Dharma.
Come ghiaccio e cristallo trasparente la sua condotta,
non ricerchi fama e ricchezza,
ogni impurità sia eliminata.
Non abbia altra via davanti a sé
se non quella di vagare e ricercare;
addestri la mente e il corpo
camminando sulle montagne e guadando i fiumi;
si mostri amico dei saggi che conoscono il Dharma,
affronti la neve, percorra le strade gelate dalla brina
e non abbia paura della rigidità dei climi;
attraversi onde e nubi, cacciando draghi e spiriti malvagi.
Un bastone lo accompagni ovunque vada e la sua brocca di rame sia ben piena;
non lo disturbino le alterne vicende del mondo,
e i suoi amici siano coloro con cui pratica il Dharma.
Stia al freddo, al caldo e nelle privazioni poiché non ha raggiunto la dimora della pace;
non nutra pensieri di invidia verso il mondo e non si deprima se viene trascurato;
si sforzi per vedere la sua natura innata
senza dipendere da alcun altro.
Sia pellegrino di monastero in monastero,
attraversando i cinque laghi e i quattro mari:
non è facile percorrere migliaia di miglia
attraverso centinaia di montagne:
ma possa egli dialogare intimamente col maestro del Dharma
quando non scambierà più le erbe infestanti
per piante medicinali.
Funnyo Zensho
Sidecar Smilla? E cos'è? SIDECAR SMILLA è un progetto, un sogno, una follia. L' idea è di fare un viaggio io cane, lui uomo, con un sidecar in giro per l'Italia e poi forse, per l'Europa. Bene, bravi! Ma perchè? Perchè, viaggiando in questo modo, vogliamo sensibilizzare le persone sull'abbandono dei cani, il randagismo che ne consegue e testimoniare la situazione dei rifugi dove i cani non più voluti finiscono i loro giorni.
sabato 30 settembre 2017
venerdì 15 settembre 2017
DOVE OSANO LE AQUILE
Se mi domandassero: "A che cosa serve un cervello grande?", sarei tentato di rispondere:
"A trovare cantando la nostra strada attraverso il deserto".
Bruce Chatwin, Le vie dei canti, p. 331.
Dopo alcuni giorni di meritato riposo tra gli hippies della Val Tramontina partiamo, tra baci e abbracci, peace and love e altre amenità fricchettone, alla volta dei Monti Pallidi.
Le Dolomiti vengono chiamate anche Monti Pallidi a seguito di un prodigioso incantesimo avvenuto ai tempi dell’antico Regno delle Dolomiti, quando la roccia delle montagne aveva lo stesso colore delle Alpi.
Tale regno era ricoperto di prati fioriti, boschi lussureggianti e laghi incantati.
Ovunque si poteva respirare aria di felicità e armonia meno che nel castello reale.
Bisogna infatti sapere che il figlio del re aveva sposato la principessa della luna, ma un triste destino condannava i due giovani amanti a vivere eternamente separati.
L'uno non poteva sopportare l’intensa luce della luna che l’avrebbe reso cieco, l’altra sfuggiva la vista delle cupe montagne e degli ombrosi boschi che le causavano una malinconia talmente profonda da farla ammalare gravemente.
Ormai ogni gioia sembrava svanita e solamente le oscure foreste facevano da solitario rifugio al povero principe. Ma si sa, però, che proprio le ombrose selve sono luoghi popolati da curiosi personaggi, ricchi di poteri sorprendenti e capaci di rovesciare inaspettatamente il corso degli eventi. Ed è così che un giorno, nel suo disperato vagare, il principe si imbatté nel re dei Salvani, un piccolo e simpatico gnomo in cerca di una terra per il suo popolo.
Dopo aver ascoltato la triste storia del giovane sposo, il re dei Salvani gli propose, in cambio del permesso di abitare con la propria gente questi boschi, di rendere lucenti le montagne del suo regno. Siglato il patto, gli gnomi tessero per un’intera notte la luce della luna e ne ricoprirono tutte le rocce. La principessa poté così tornare sulla terra per vivere felicemente assieme al suo sposo e le Dolomiti presero il nome di Monti Pallidi.
Torniamo dunque ai luoghi dell'infanzia, ai boschi ombrosi e alle rocce cangianti.
Dalla val Tramontina, passando per monti e valli, il cammino si preannuncia affascinante anche se faticoso.
Viaggiare a piedi non ha nulla a che fare con l'esercizio fisico. Quando cammino sprofondo nei sogni, fluttuo nelle mie fantasie e mi scopro dentro storie incredibili. Attraverso letteralmente interi romanzi e film.
Non presto particolare attenzione a dove metto i piedi, ma non perdo mai il cammino perché la Via è dentro di me.
Parlare ( e scrivere ) di viaggio, o di cammino significa parlare della vita, umana e cosmica.
Tutte le cose sono sospinte da moti spazio-temporali, e anche quando l'uomo tenta di opporvisi, in realtà non riesce che a contrapporre loro un moto di senso contrario: il movimento è la realtà e la vita stessa del cosmo, il suo modo naturale di essere e di perire.
Ci si muove per raggiungere una meta, per concludere un affare, per incontrare un amico o per scontrarsi con un nemico. Mille giustificazioni che forniscono al viaggiatore l'occasione di mettersi in viaggio. Ma anche le giustificazioni appaiono parziali motivazioni del motivo per cui si è intrapreso un viaggio. Riaffiora quindi l'insoddisfatto interrogativo: "Perché si è in viaggio? Perché non si può che viaggiare?".
In verità, la risposta è in quello stesso intimo che interroga, dove risiede il moto profondo che si agita, di cui i viaggi non sono che l'onda d'urto più periferica, come il cerchio più esterno provocato da un sasso gettato nello stagno. Come è l'intimo che si agita, è l'intimo che calma, il sapiente dunque è consapevole che camminare, nella realtà o anche solo nel mito, è vivere, assecondare l'impulso vitale e farsene compagno.
Non tenterà dunque di fermare. ma di dare, con il viaggio, "forma all'irrequietezza umana" ( sempre Chatwin ).
Tra aceri e pini prendiamo un sentiero che da Tramonti ci porta verso un lago artificiale. Immemori del disastro del Vajont le opere idrauliche si diffusero molto in queste zone nei decenni passati.
Dopo circa tre ore arriviamo al lago del Ciul dove allestiamo il campo per la notte.
Non si potrebbe fare campeggio libero, ma inoltrandoci nel bosco non disturberemo ( e non verremo disturbati da ) nessuno.
Al mattino presto, dopo il rancio e la preparazione del tascapane, ricettacolo di tutti i nostri averi
( amaca, fornello, sacco a pelo, pappe varie ecc. ) si parte, direzione Dolomiti Bellunesi, terra avita.
Per giorni camminiamo, salendo e scendendo, in una sorta di percorso di mezza cresta che ci porta da 500 a 2000 e oltre metri di quota per poi ridiscendere e risalire. Col Nudo, Monte Toc con lo sguardo sull'immane sconquasso del Vajont, sentieri dei contrabbandieri che dal Friuli andavano in Cadore, strade dei cramârs.
I cramârs, ( dal tedesco Krämer, merciaio ), erano coloro che si recavano oltralpe per esercitare il commercio come venditori ambulanti.
Trasportavano in Germania, Austria, Moravia, Boemia, Slesia, Slovacchia ogni genere di articoli minuti come medicine e spezie, stoffe, oggetti di artigianato.
Tutto veniva portato a spalla caricato sulla "Crame" o "Crassigne", mobiletto in legno dotato di cassetti.
Secoli di cammino: la partenza col peso della crassigne pieno di merci e il ritorno col gruzzolo dei guadagni.
Secoli di ardue scalate dei monti per raggiungere la meta dei paesi da visitare in maniera puntuale e capillare.
Dal Medioevo al Seicento i cramârs si spostavano a piedi indossando calzature adatte anche alle traversate sulla neve: strade strette e mal tenute, impervi passi di alta montagna ove i carri non potevano transitare ed era necessario procedere in fila sui passi ghiacciati.
A partire dal Cinquecento poterono allieviare la fatica di molti percorsi utilizzando trasporti occasionali di barche e zattere lungo i fiumi navigabili come la Drava, la Salzach, l'Enns, la Mur
All'inizio del Settecento, con la sistemazione dei valichi e l'allargamento delle strade, anche i cramârs iniziarono a fare uso dei cavalli da tiro.
Lungo i percorsi più frequentati sorsero istituti monastici, ospedali, ricoveri a favore dei passanti.
I cramârs approdarono principalmente in: Austria, Ungheria, Moravia, Polonia, Germania; commerciavano in spezie, coloranti, stoffe, provenienti dal porto di Venezia, che essi acquistavano in patria tramite grossisti e negozianti locali.
Questi cramârs spesso inviarono doni preziosi alle loro chiese d’origine e, i più fortunati, si fecero costruire delle belle case nel proprio paese, sul cui portale spicca ancora oggi il loro simbolo.
Questa necessaria migrazione stagionale verso la Mitteleuropa (i cramârs rientravano solo per la fienagione nei mesi estivi), mise a dura prova questi uomini che in alcuni Paesi europei furono considerati imbroglioni e traffichini. Ogni epoca ha i suoi migranti!
I cramârs vennero a contatto con la nascente Riforma protestante luterana, che a partire dal 1520, si diffuse nelle regioni tedesche, sostituendosi lentamente alla confessione cattolica. Questi stessi cramârs, al loro periodico ritorno in Carnia, portarono queste nuove idee religiose, le quali, dopo una prima limitata tolleranza e diffusione, furono implacabilmente contrastate dall’Inquisizione locale, con denunce e processi, che solitamente si conclusero con abiure, pubbliche penitenze e multe, cosicché la Riforma fu poi definitivamente soffocata.
Dopo giorni di cammino arriviamo ai primi contrafforti del Civetta, nell'agordino, e ad accoglierci ci sono marmotte, ( per la gioia di Bjork che è incuriosita dai loro fischi ) e aquile, una coppia, che ci ha scortato a non più di una quarantina di metri sopra di noi fino a che non siamo scesi.
La lupa ha avuto il suo riscatto con questo cammino di giorni e giorni; affrancamento, emancipazione, liberazione, redenzione, riscossa da una sorte che l'aveva portata a pesare diciassette chili e ad avere i muscoli delle zampe posteriori atrofizzati.
Ora con i suoi trenta chili e i garretti poderosi il cerchio si è chiuso.
Per la Val Imperina, luogo di antiche miniere, ci innestiamo nella via degli ospizi, antico tracciato di collegamento tra la Val Belluna e l'Agordino, sul versante destro orografico della Valle del Cordevole. I segni della storia, così frequenti lungo il percorso, invitano a calarsi nei panni di antichi viandanti per riscoprire luoghi di grande fascino e interesse quali la Certosa di Vedana, il Borgo di San Gottardo, gli ospizi di Candàten e di Agre, le Miniere di Valle Imperina.
Questo tracciato è inserito nel Cammino della dolomiti, un lungo itinerario ad anello che in trenta tappe e circa 300 chilometri porta a scoprire i luoghi più rilevanti per testimonianze artistiche e storiche della provincia di Belluno. Evitando le grandi arterie di traffico e privilegiando le antiche mulattiere e le strade di montagna si raggiungono gli angoli più nascosti e meno conosciuti.
Qui finalmente riposeremo, "piegheremo le vele", come dice Wei Ying-wu. Anche se il viaggio è ancora in corso, arriva un momento in cui si piegano e ripongono le vele, per sostare.
Qui, in queste terre, c'è una antica casa che appartiene alla mia famiglia da tre secoli. Un luogo dell'anima dove sosterò e riposerò, ma starò anche in attenzione; veglierò perché il viaggio non finisce mai.
Nelle azzurre sere d'estate, me ne andrò per sentieri,
punto dal grano, a calpestare l'erba tenera:
sognatore, ne sentirò la freschezza con i piedi.
Lascerò al vento bagnare la mia testa nuda.
Non parlerò, non penserò nulla:
ma l'amore infinito mi salirà nell'anima,
e andrò lontano, molto lontano, come un bohémien,
nella Natura, - felice come con una donna.
Arthur Rimbaud.
"A trovare cantando la nostra strada attraverso il deserto".
Bruce Chatwin, Le vie dei canti, p. 331.
Dopo alcuni giorni di meritato riposo tra gli hippies della Val Tramontina partiamo, tra baci e abbracci, peace and love e altre amenità fricchettone, alla volta dei Monti Pallidi.
Le Dolomiti vengono chiamate anche Monti Pallidi a seguito di un prodigioso incantesimo avvenuto ai tempi dell’antico Regno delle Dolomiti, quando la roccia delle montagne aveva lo stesso colore delle Alpi.
Tale regno era ricoperto di prati fioriti, boschi lussureggianti e laghi incantati.
Ovunque si poteva respirare aria di felicità e armonia meno che nel castello reale.
Bisogna infatti sapere che il figlio del re aveva sposato la principessa della luna, ma un triste destino condannava i due giovani amanti a vivere eternamente separati.
L'uno non poteva sopportare l’intensa luce della luna che l’avrebbe reso cieco, l’altra sfuggiva la vista delle cupe montagne e degli ombrosi boschi che le causavano una malinconia talmente profonda da farla ammalare gravemente.
Ormai ogni gioia sembrava svanita e solamente le oscure foreste facevano da solitario rifugio al povero principe. Ma si sa, però, che proprio le ombrose selve sono luoghi popolati da curiosi personaggi, ricchi di poteri sorprendenti e capaci di rovesciare inaspettatamente il corso degli eventi. Ed è così che un giorno, nel suo disperato vagare, il principe si imbatté nel re dei Salvani, un piccolo e simpatico gnomo in cerca di una terra per il suo popolo.
Dopo aver ascoltato la triste storia del giovane sposo, il re dei Salvani gli propose, in cambio del permesso di abitare con la propria gente questi boschi, di rendere lucenti le montagne del suo regno. Siglato il patto, gli gnomi tessero per un’intera notte la luce della luna e ne ricoprirono tutte le rocce. La principessa poté così tornare sulla terra per vivere felicemente assieme al suo sposo e le Dolomiti presero il nome di Monti Pallidi.
Torniamo dunque ai luoghi dell'infanzia, ai boschi ombrosi e alle rocce cangianti.
Dalla val Tramontina, passando per monti e valli, il cammino si preannuncia affascinante anche se faticoso.
Viaggiare a piedi non ha nulla a che fare con l'esercizio fisico. Quando cammino sprofondo nei sogni, fluttuo nelle mie fantasie e mi scopro dentro storie incredibili. Attraverso letteralmente interi romanzi e film.
Non presto particolare attenzione a dove metto i piedi, ma non perdo mai il cammino perché la Via è dentro di me.
Parlare ( e scrivere ) di viaggio, o di cammino significa parlare della vita, umana e cosmica.
Tutte le cose sono sospinte da moti spazio-temporali, e anche quando l'uomo tenta di opporvisi, in realtà non riesce che a contrapporre loro un moto di senso contrario: il movimento è la realtà e la vita stessa del cosmo, il suo modo naturale di essere e di perire.
Ci si muove per raggiungere una meta, per concludere un affare, per incontrare un amico o per scontrarsi con un nemico. Mille giustificazioni che forniscono al viaggiatore l'occasione di mettersi in viaggio. Ma anche le giustificazioni appaiono parziali motivazioni del motivo per cui si è intrapreso un viaggio. Riaffiora quindi l'insoddisfatto interrogativo: "Perché si è in viaggio? Perché non si può che viaggiare?".
In verità, la risposta è in quello stesso intimo che interroga, dove risiede il moto profondo che si agita, di cui i viaggi non sono che l'onda d'urto più periferica, come il cerchio più esterno provocato da un sasso gettato nello stagno. Come è l'intimo che si agita, è l'intimo che calma, il sapiente dunque è consapevole che camminare, nella realtà o anche solo nel mito, è vivere, assecondare l'impulso vitale e farsene compagno.
Non tenterà dunque di fermare. ma di dare, con il viaggio, "forma all'irrequietezza umana" ( sempre Chatwin ).
Tra aceri e pini prendiamo un sentiero che da Tramonti ci porta verso un lago artificiale. Immemori del disastro del Vajont le opere idrauliche si diffusero molto in queste zone nei decenni passati.
Dopo circa tre ore arriviamo al lago del Ciul dove allestiamo il campo per la notte.
Non si potrebbe fare campeggio libero, ma inoltrandoci nel bosco non disturberemo ( e non verremo disturbati da ) nessuno.
Al mattino presto, dopo il rancio e la preparazione del tascapane, ricettacolo di tutti i nostri averi
( amaca, fornello, sacco a pelo, pappe varie ecc. ) si parte, direzione Dolomiti Bellunesi, terra avita.
Per giorni camminiamo, salendo e scendendo, in una sorta di percorso di mezza cresta che ci porta da 500 a 2000 e oltre metri di quota per poi ridiscendere e risalire. Col Nudo, Monte Toc con lo sguardo sull'immane sconquasso del Vajont, sentieri dei contrabbandieri che dal Friuli andavano in Cadore, strade dei cramârs.
I cramârs, ( dal tedesco Krämer, merciaio ), erano coloro che si recavano oltralpe per esercitare il commercio come venditori ambulanti.
Trasportavano in Germania, Austria, Moravia, Boemia, Slesia, Slovacchia ogni genere di articoli minuti come medicine e spezie, stoffe, oggetti di artigianato.
Tutto veniva portato a spalla caricato sulla "Crame" o "Crassigne", mobiletto in legno dotato di cassetti.
Secoli di cammino: la partenza col peso della crassigne pieno di merci e il ritorno col gruzzolo dei guadagni.
Secoli di ardue scalate dei monti per raggiungere la meta dei paesi da visitare in maniera puntuale e capillare.
Dal Medioevo al Seicento i cramârs si spostavano a piedi indossando calzature adatte anche alle traversate sulla neve: strade strette e mal tenute, impervi passi di alta montagna ove i carri non potevano transitare ed era necessario procedere in fila sui passi ghiacciati.
A partire dal Cinquecento poterono allieviare la fatica di molti percorsi utilizzando trasporti occasionali di barche e zattere lungo i fiumi navigabili come la Drava, la Salzach, l'Enns, la Mur
All'inizio del Settecento, con la sistemazione dei valichi e l'allargamento delle strade, anche i cramârs iniziarono a fare uso dei cavalli da tiro.
Lungo i percorsi più frequentati sorsero istituti monastici, ospedali, ricoveri a favore dei passanti.
I cramârs approdarono principalmente in: Austria, Ungheria, Moravia, Polonia, Germania; commerciavano in spezie, coloranti, stoffe, provenienti dal porto di Venezia, che essi acquistavano in patria tramite grossisti e negozianti locali.
Questi cramârs spesso inviarono doni preziosi alle loro chiese d’origine e, i più fortunati, si fecero costruire delle belle case nel proprio paese, sul cui portale spicca ancora oggi il loro simbolo.
Questa necessaria migrazione stagionale verso la Mitteleuropa (i cramârs rientravano solo per la fienagione nei mesi estivi), mise a dura prova questi uomini che in alcuni Paesi europei furono considerati imbroglioni e traffichini. Ogni epoca ha i suoi migranti!
I cramârs vennero a contatto con la nascente Riforma protestante luterana, che a partire dal 1520, si diffuse nelle regioni tedesche, sostituendosi lentamente alla confessione cattolica. Questi stessi cramârs, al loro periodico ritorno in Carnia, portarono queste nuove idee religiose, le quali, dopo una prima limitata tolleranza e diffusione, furono implacabilmente contrastate dall’Inquisizione locale, con denunce e processi, che solitamente si conclusero con abiure, pubbliche penitenze e multe, cosicché la Riforma fu poi definitivamente soffocata.
Dopo giorni di cammino arriviamo ai primi contrafforti del Civetta, nell'agordino, e ad accoglierci ci sono marmotte, ( per la gioia di Bjork che è incuriosita dai loro fischi ) e aquile, una coppia, che ci ha scortato a non più di una quarantina di metri sopra di noi fino a che non siamo scesi.
La lupa ha avuto il suo riscatto con questo cammino di giorni e giorni; affrancamento, emancipazione, liberazione, redenzione, riscossa da una sorte che l'aveva portata a pesare diciassette chili e ad avere i muscoli delle zampe posteriori atrofizzati.
Ora con i suoi trenta chili e i garretti poderosi il cerchio si è chiuso.
Per la Val Imperina, luogo di antiche miniere, ci innestiamo nella via degli ospizi, antico tracciato di collegamento tra la Val Belluna e l'Agordino, sul versante destro orografico della Valle del Cordevole. I segni della storia, così frequenti lungo il percorso, invitano a calarsi nei panni di antichi viandanti per riscoprire luoghi di grande fascino e interesse quali la Certosa di Vedana, il Borgo di San Gottardo, gli ospizi di Candàten e di Agre, le Miniere di Valle Imperina.
Questo tracciato è inserito nel Cammino della dolomiti, un lungo itinerario ad anello che in trenta tappe e circa 300 chilometri porta a scoprire i luoghi più rilevanti per testimonianze artistiche e storiche della provincia di Belluno. Evitando le grandi arterie di traffico e privilegiando le antiche mulattiere e le strade di montagna si raggiungono gli angoli più nascosti e meno conosciuti.
Qui finalmente riposeremo, "piegheremo le vele", come dice Wei Ying-wu. Anche se il viaggio è ancora in corso, arriva un momento in cui si piegano e ripongono le vele, per sostare.
Qui, in queste terre, c'è una antica casa che appartiene alla mia famiglia da tre secoli. Un luogo dell'anima dove sosterò e riposerò, ma starò anche in attenzione; veglierò perché il viaggio non finisce mai.
Nelle azzurre sere d'estate, me ne andrò per sentieri,
punto dal grano, a calpestare l'erba tenera:
sognatore, ne sentirò la freschezza con i piedi.
Lascerò al vento bagnare la mia testa nuda.
Non parlerò, non penserò nulla:
ma l'amore infinito mi salirà nell'anima,
e andrò lontano, molto lontano, come un bohémien,
nella Natura, - felice come con una donna.
Arthur Rimbaud.
martedì 12 settembre 2017
DROMOSKYLOSMANIA
" I cani parlano, ma solo a chi sa ascoltarli"
Orhan Pamuk
Il viaggiare con il cane l’ho sempre concepito come parte di un rapporto paritario che non è assolutamente inteso come “ cane – padrone “, ma nemmeno con l’approccio meno specista di “ compagno “, sebbene spesso abbia onorato l’etimo del "dividere il pane con".
Si tratta di amicizia, intesa come rispetto delle particolarità e volontà di cercare il benessere dell’amico. Così intesa si può sperimentare una gioiosa intersoggettività che trascende i confini della specie.
Il termine che spesso usiamo di “ animale da compagnia “ è un po’ riduttivo, denota un essere neotenico, addomesticato, dipendente, in qualche modo inferiore ai suoi confratelli selvatici.
Anche i più fervidi amanti degli animali da casa hanno una visione ristretta delle loro capacità e del rapporto che è possibile avere con essi.
Salvai Bjork di dieci mesi, ultima di tanti sfortunati che ho salvato negli anni, da un canile dove era stata portata dopo un’infanzia di stenti e violenze.
Era in bilico tra l’infanzia e l’età adulta, abbastanza matura per concentrare la sua attenzione in modo intelligente, ma ancora molto cucciola nel contegno e nella voglia di giocare.
La vidi come un animale selvatico dotato di una sapienza istintuale. Avendo grande rispetto dell’intelligenza degli animali sono contrario agli “addestramenti “.
Invece discuto con lei tutte le cose importanti, in italiano, ripetendo parole e frasi più e più volte in determinate circostanze per facilitarle l’apprendimento della mia lingua. Lei capisce molte frasi (nel senso che vi reagisce in modo adeguato ); e a sua volta mi ha insegnato pazientemente a capire il suo linguaggio di gesti e atteggiamenti ( usa di rado la comunicazione verbale ).
Se siamo fuori a passeggio, e io sono tropo assorto nei miei pensieri come spesso mi accade, lei recupera la mia attenzione toccandomi gentilmente la mano con il muso. Mentre scrivo queste righe, lei si alza dal posto dove se ne è stata tranquilla per un’ora e col muso mi stuzzica il gomito, segnalando un desiderio di comunicazione. Quando vado da lei con un desiderio simile, è quasi sempre disposta a interrompere quello che sta facendo per badare a me, e io faccio lo stesso per lei.
Smetto di scrivere al computer, la guardo, dico il suo nome e le sfioro la testa con le labbra. Apparentemente paga di questo breve contatto, lei non mi interrompe per un’altra ora o due; un ritegno particolarmente riservato a quando sto scrivendo. Grazie a contatti come questi, ho imparato ad apprezzare a fondo le finezze e la gentilezza del suo modo di comunicare e cerco di corrispondere tenendo la voce bassa e il tono lieve anche in situazioni di grande intensità emotiva, per lei o per me o per entrambi.
Situazioni inevitabili quando i cani vivono in un mondo dominato dall’uomo, con pericoli che loro non comprendono ( come le automobili ) e divieti contrari ai loro istinti ( come non mangiare gli scoiattoli ).
Ho però sempre pensato che le regole non devono necessariamente essere assolute.
In certe situazioni sta bene che avvicini un gatto ( un gatto che sia esperto di cani ), in altre, più spesso, no.
Può sembrare che sia io a dettare le regole e a farle rispettare, ma non è così, per due ragioni. Intanto, Bjork mi ha imposto almeno altrettanti divieti, basati sulle sue esigenze. Mi ha insegnato che non gradisce essere toccata sulla testa e che preferisce le carezze ai lati del collo. Mi ha fatto capire che scavalcarla quando dorme la infastidisce, e quindi non lo faccio mai.
Secondo, Bjork sa che le proibizioni assolute sono rare. A meno che non sia in gioco la sua sicurezza o quella altrui veniamo a un compromesso.
Direi che il nostro è un rapporto paritario. Ciò non significa che siamo eguali: siamo in realtà molto diversi, lei ha nelle vene sangue di lupo, io di scimmia. Significa che la considero una “ persona “, sebbene di un’altra specie.
Rapportarci ad altri esseri come persone non ha niente a che vedere col fatto se attribuiamo o meno a loro caratteristiche umane.
Ha a che vedere, invece, col riconoscere che essi sono soggetti sociali, come noi, e che la loro peculiare e soggettiva esperienza di noi svolge nei loro rapporti con noi lo stesso ruolo che che la nostra esperienza soggettiva di loro svolge nei rapporti con loro.
Se ci vedono come individui, e noi li vediamo come individui, ci è possibile avere un rapporto personale. Se una delle due parti non tiene conto della soggettività sociale dell'altra, questo rapporto è precluso.
Quindi, mentre noi normalmente pensiamo alla personalità come a una qualità essenziale che possiamo "scoprire " e non " trovare " in un altro, nella visione qui adottata la personalità connota un modo di essere in relazione con gli altri, e quindi nessuno, tranne il soggetto, la può dare o togliere. In altre parole, quando un umano tratta un individuo non umano come un oggetto anonimo anziché come un essere con una propria soggettività, è l'umano e non l'altro animale a rinunciare a essere una persona.
La possibilità di una volontaria e reciproca resa ai dettami dell'intersoggettività è il terreno comune che Tommaso d'Aquino o O'Hearne ignorano quando affermano che animali e umani non possono essere amici.
Uso la parola "resa" intenzionalmente, perché per rapportarsi agli altri ( umani e non umani ) in questo modo occorre rinunciare a un controllo su di loro e su come essi si rapportano a noi.
Un piccolo prezzo per ciò che riceviamo in cambio.
Poiché io considero Bjork una persona, possiamo essere amici. Come in ogni autentica amicizia fra umani, il nostro rapporto è basato sulla reciprocità e sul mutuo rispetto.
Lei dipende da me per certe necessità, come il cibo e l'acqua, ma è una dipendenza contingente, non intrinseca; se io vivessi nel mondo dei cani selvatici dipenderei da lei per il cibo, la protezione e molte altre cose.
Lei non è né la mia bambina, né la mia serva.
Desidero per lei ciò che desidero per tutti i miei amici: massima libertà di espressione, massimo benessere.
Per provare pienamente le gioie dell'essere cane e dell'essere primate, Bjork e io passiamo molto tempo fuori, muovendoci liberamente e viaggiando. Con i mezzi più disparati ma non disperati. Prediligiamo i viaggi lenti, a piedi o in bici con lei nel trailer porta cani, ma anche in auto se è per avvicinarci a luoghi dove poi cammineremo.
Quando siamo nella natura selvaggia mi affido a lei e ai suoi sensi lupeschi e spesso decide lei il sentiero da percorrere.
Quando mi fermo per riposare lei si mette vicino a me e controlla l'ambiente circostante guardando in tutte le direzioni. Presumibilmente la mia sicurezza le sta molto a cuore e ho assoluta fiducia che lei continuerà a vegliare su di me.
Tutti i cani con cui ho vissuto ( e viaggiato ) hanno beneficiato di questo tipo di rapporto paritario e ognuno, con la propria individualità, mi ha reso doni di amicizia imprevedibili.
Le limitazioni presenti nei nostri rapporti con altri animali non dipendono da loro deficienze, ma dalle nostre idee ristrette su ciò che essi sono e sul tipo di rapporto che possiamo avere con loro.
Orhan Pamuk
Il viaggiare con il cane l’ho sempre concepito come parte di un rapporto paritario che non è assolutamente inteso come “ cane – padrone “, ma nemmeno con l’approccio meno specista di “ compagno “, sebbene spesso abbia onorato l’etimo del "dividere il pane con".
Si tratta di amicizia, intesa come rispetto delle particolarità e volontà di cercare il benessere dell’amico. Così intesa si può sperimentare una gioiosa intersoggettività che trascende i confini della specie.
Il termine che spesso usiamo di “ animale da compagnia “ è un po’ riduttivo, denota un essere neotenico, addomesticato, dipendente, in qualche modo inferiore ai suoi confratelli selvatici.
Anche i più fervidi amanti degli animali da casa hanno una visione ristretta delle loro capacità e del rapporto che è possibile avere con essi.
Salvai Bjork di dieci mesi, ultima di tanti sfortunati che ho salvato negli anni, da un canile dove era stata portata dopo un’infanzia di stenti e violenze.
Era in bilico tra l’infanzia e l’età adulta, abbastanza matura per concentrare la sua attenzione in modo intelligente, ma ancora molto cucciola nel contegno e nella voglia di giocare.
La vidi come un animale selvatico dotato di una sapienza istintuale. Avendo grande rispetto dell’intelligenza degli animali sono contrario agli “addestramenti “.
Invece discuto con lei tutte le cose importanti, in italiano, ripetendo parole e frasi più e più volte in determinate circostanze per facilitarle l’apprendimento della mia lingua. Lei capisce molte frasi (nel senso che vi reagisce in modo adeguato ); e a sua volta mi ha insegnato pazientemente a capire il suo linguaggio di gesti e atteggiamenti ( usa di rado la comunicazione verbale ).
Se siamo fuori a passeggio, e io sono tropo assorto nei miei pensieri come spesso mi accade, lei recupera la mia attenzione toccandomi gentilmente la mano con il muso. Mentre scrivo queste righe, lei si alza dal posto dove se ne è stata tranquilla per un’ora e col muso mi stuzzica il gomito, segnalando un desiderio di comunicazione. Quando vado da lei con un desiderio simile, è quasi sempre disposta a interrompere quello che sta facendo per badare a me, e io faccio lo stesso per lei.
Smetto di scrivere al computer, la guardo, dico il suo nome e le sfioro la testa con le labbra. Apparentemente paga di questo breve contatto, lei non mi interrompe per un’altra ora o due; un ritegno particolarmente riservato a quando sto scrivendo. Grazie a contatti come questi, ho imparato ad apprezzare a fondo le finezze e la gentilezza del suo modo di comunicare e cerco di corrispondere tenendo la voce bassa e il tono lieve anche in situazioni di grande intensità emotiva, per lei o per me o per entrambi.
Situazioni inevitabili quando i cani vivono in un mondo dominato dall’uomo, con pericoli che loro non comprendono ( come le automobili ) e divieti contrari ai loro istinti ( come non mangiare gli scoiattoli ).
Ho però sempre pensato che le regole non devono necessariamente essere assolute.
In certe situazioni sta bene che avvicini un gatto ( un gatto che sia esperto di cani ), in altre, più spesso, no.
Può sembrare che sia io a dettare le regole e a farle rispettare, ma non è così, per due ragioni. Intanto, Bjork mi ha imposto almeno altrettanti divieti, basati sulle sue esigenze. Mi ha insegnato che non gradisce essere toccata sulla testa e che preferisce le carezze ai lati del collo. Mi ha fatto capire che scavalcarla quando dorme la infastidisce, e quindi non lo faccio mai.
Secondo, Bjork sa che le proibizioni assolute sono rare. A meno che non sia in gioco la sua sicurezza o quella altrui veniamo a un compromesso.
Direi che il nostro è un rapporto paritario. Ciò non significa che siamo eguali: siamo in realtà molto diversi, lei ha nelle vene sangue di lupo, io di scimmia. Significa che la considero una “ persona “, sebbene di un’altra specie.
Rapportarci ad altri esseri come persone non ha niente a che vedere col fatto se attribuiamo o meno a loro caratteristiche umane.
Ha a che vedere, invece, col riconoscere che essi sono soggetti sociali, come noi, e che la loro peculiare e soggettiva esperienza di noi svolge nei loro rapporti con noi lo stesso ruolo che che la nostra esperienza soggettiva di loro svolge nei rapporti con loro.
Se ci vedono come individui, e noi li vediamo come individui, ci è possibile avere un rapporto personale. Se una delle due parti non tiene conto della soggettività sociale dell'altra, questo rapporto è precluso.
Quindi, mentre noi normalmente pensiamo alla personalità come a una qualità essenziale che possiamo "scoprire " e non " trovare " in un altro, nella visione qui adottata la personalità connota un modo di essere in relazione con gli altri, e quindi nessuno, tranne il soggetto, la può dare o togliere. In altre parole, quando un umano tratta un individuo non umano come un oggetto anonimo anziché come un essere con una propria soggettività, è l'umano e non l'altro animale a rinunciare a essere una persona.
La possibilità di una volontaria e reciproca resa ai dettami dell'intersoggettività è il terreno comune che Tommaso d'Aquino o O'Hearne ignorano quando affermano che animali e umani non possono essere amici.
Uso la parola "resa" intenzionalmente, perché per rapportarsi agli altri ( umani e non umani ) in questo modo occorre rinunciare a un controllo su di loro e su come essi si rapportano a noi.
Un piccolo prezzo per ciò che riceviamo in cambio.
Poiché io considero Bjork una persona, possiamo essere amici. Come in ogni autentica amicizia fra umani, il nostro rapporto è basato sulla reciprocità e sul mutuo rispetto.
Lei dipende da me per certe necessità, come il cibo e l'acqua, ma è una dipendenza contingente, non intrinseca; se io vivessi nel mondo dei cani selvatici dipenderei da lei per il cibo, la protezione e molte altre cose.
Lei non è né la mia bambina, né la mia serva.
Desidero per lei ciò che desidero per tutti i miei amici: massima libertà di espressione, massimo benessere.
Per provare pienamente le gioie dell'essere cane e dell'essere primate, Bjork e io passiamo molto tempo fuori, muovendoci liberamente e viaggiando. Con i mezzi più disparati ma non disperati. Prediligiamo i viaggi lenti, a piedi o in bici con lei nel trailer porta cani, ma anche in auto se è per avvicinarci a luoghi dove poi cammineremo.
Quando siamo nella natura selvaggia mi affido a lei e ai suoi sensi lupeschi e spesso decide lei il sentiero da percorrere.
Quando mi fermo per riposare lei si mette vicino a me e controlla l'ambiente circostante guardando in tutte le direzioni. Presumibilmente la mia sicurezza le sta molto a cuore e ho assoluta fiducia che lei continuerà a vegliare su di me.
Tutti i cani con cui ho vissuto ( e viaggiato ) hanno beneficiato di questo tipo di rapporto paritario e ognuno, con la propria individualità, mi ha reso doni di amicizia imprevedibili.
Le limitazioni presenti nei nostri rapporti con altri animali non dipendono da loro deficienze, ma dalle nostre idee ristrette su ciò che essi sono e sul tipo di rapporto che possiamo avere con loro.
domenica 10 settembre 2017
LET THE SUNSHINE IN
" I giorni e le notti si alternano fugaci, come le perle sfilate da un rosario.
Ugualmente gli anni sorgono e tramontano.
La nostra vita è un viaggio, che alcuni trascorrono in barca; altri per strada, finché non invecchiano i cavalli del loro carro.
Non è la strada la nostra vera dimora?"
Matsuo Basho
Caldo, caldo e poca acqua, nonostante il percorso si snodi oramai da giorni tra i 1600 e i 2200 metri di quota, le temperature sono alte. Anche di notte difficilmente si scende sotto i 20°.
Ugualmente gli anni sorgono e tramontano.
La nostra vita è un viaggio, che alcuni trascorrono in barca; altri per strada, finché non invecchiano i cavalli del loro carro.
Non è la strada la nostra vera dimora?"
Matsuo Basho
Caldo, caldo e poca acqua, nonostante il percorso si snodi oramai da giorni tra i 1600 e i 2200 metri di quota, le temperature sono alte. Anche di notte difficilmente si scende sotto i 20°.
Paolo Rumiz scrive: "Salendo il nostro passo legionario si rompe, assume il ritmo asimmetrico dell'asino sul tempo dispari della musica greca e balcanica."
Il compianto musicista triestino Alfredo Lagosegliaz diceva:
" Questo è il tempo migliore, perché impedisce agli eserciti di marciare."
Il compianto musicista triestino Alfredo Lagosegliaz diceva:
" Questo è il tempo migliore, perché impedisce agli eserciti di marciare."
Dopo la vetta del Mittagskogel scendiamo verso un rifugio segnalatoci da alcuni escursionisti, sperando, vanamente, di dormire su un letto dopo tanto peregrinare.
Non in agosto quando le orde barbariche scendono e salgono le montagne come se non ci fosse un domani. Purtroppo il rifugio è invaso da vocianti polacchi, considerevolmente ubriachi e molesti e quindi repentina decisione di dormire nuovamente nel bosco.
"Non è la strada la nostra vera dimora?" scriveva nel 1689 Matsuo Basho nel libro Oku no Hosomichi ( L'angusto sentiero del Nord ).
Il mattino dopo, scendendo verso Villach, incontriamo una coppia di olandesi che, dopo dei giri sulle Caravanche, avrebbero intenzione di partecipare al Rainbow Gathering che quest'anno si svolge in Val Tramontina dal 20 luglio al 20 agosto. Da qualche tempo dico di andarci a uno di questi raduni hippy, questa volta per di più è in luogo che mi è caro e che frequento da anni, quindi mi aggrego ai due ragazzi e partiamo alla volta del Monte Rest.
La vecchia Volvo di Renate e Gert affronta senza fatica la pendenza media del 18% del Wurzenpass, mentre mi accompagnano a recuperare la mia Peugeottina, in modo che possa far loro da guida. Siamo seduti dietro, io e Bjork, tra bandiere di preghiera tibetane, mandala e zaffate di hashish che arrivano da prua.
Apro il finestrino per far girare un po' l'aria, non fumo ormai da anni, da quando, dopo uno schianto in moto e conseguente rottura di spalla destra, due costole e perforazione di un polmone, i medici mi hanno detto che se fossero riusciti a sistemarmi sarebbe stato meglio non avessi più fumato.
Poi, non volendo essere il più sano del cimitero ho sopperito all'atavico desiderio di suzione ritornando all'antico amore del toscanello e della pipa. Almeno non si aspira il fumo.
Apro il finestrino per far girare un po' l'aria, non fumo ormai da anni, da quando, dopo uno schianto in moto e conseguente rottura di spalla destra, due costole e perforazione di un polmone, i medici mi hanno detto che se fossero riusciti a sistemarmi sarebbe stato meglio non avessi più fumato.
Poi, non volendo essere il più sano del cimitero ho sopperito all'atavico desiderio di suzione ritornando all'antico amore del toscanello e della pipa. Almeno non si aspira il fumo.
Scendiamo verso la Slovenia e poi passiamo il confine italiano a Fusine, proseguiamo fino a Carnia e prendiamo in direzione Ampezzo. Poco prima di Ampezzo deviamo a sinistra e saliamo sul Passo Rest.
Il cielo è plumbeo e soffia un gran vento. In quota le nuvole corrono veloci, si vedono un sacco di lampi. La temperatura scende repentinamente. Mentre affrontiamo i molti tornanti della salita sentiamo e vediamo l'elicottero che volteggia intorno alla sella del Rest. Non ho dei buoni presentimenti, dopo molti anni di montagna certe cose le percepisci, infatti poco prima del passo incontriamo gli uomini del Soccorso Alpino, i Vigili del Fuoco e forze dell'ordine assortite.
Ci comunicano che non ci si può avvicinare alla zona del raduno perché è morto un uomo, rimasto schiacciato sotto un albero durante il temporale ( che poi si scoprirà essere stata una tromba d'aria ). Possiamo proseguire verso Tramonti dove ci sistemiamo nel campeggio degli amici Lisa e Gregorio.
Molti hippy che dovevano salire si sono fermati qui e la sera passa un po' triste ma in un atmosfera di rara serenità per il modo che queste persone ( dai 20 ai 70 anni come fascia di età ) hanno di affrontare la vita e la morte.
La compagna del ragazzo morto, un belga di 41 anni, ha deciso che venga seppellito qui, tra i monti.
Singing our space songs on a spider web sitar
Life is around you and in you
Let the sunshine
Let the sunshine in
mercoledì 16 agosto 2017
OPEN EYE BJORK
" Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto."
Henry David Thoreau.
Ci accampiamo per la notte in una radura, tra faggi e betulle, siamo un po' scesi di quota.
Non c'è molto da fare: stendere lo stuoino, aprire il sacco a pelo, mettere a bollire sul Camping Gaz un po' d'acqua per la zuppa e scrivere un po' prima che faccia buio.
La temperatura nel pomeriggio si è alzata e per i prossimi giorni è previsto un caldo intenso. D'altronde per dormire fuori può andar bene, per camminare meno.
Questo è il destino di chi sceglie di camminare verso Est. Siamo coloro che vanno controluce, quelli che cercano le terre sfolgoranti dell'alba.
Siamo abbronzati sulla parte destra per non confonderci con quelli di Santiago che sono abbronzati all'incontrario perché mostrano la schiena al sole che sorge.
Non volevamo essere pellegrini fra i mille che vanno nella stessa direzione.
Camminiamo verso terre inquiete, dove forse i viaggiatori vengono visti con curiosità e sospetto, o forse il mio cinismo di celta peripatetico mi porta questi pensieri.
Mangiamo, cerco di lavarmi con dosi omeopatiche d'acqua e ci prepariamo per la notte.
Entro nel sacco, Bjork si accuccia al mio fianco, guardinga. Tengo a portata di mano la pila a manovella, il coltello e qualche legno che mi ha prontamente portato Bjork.
Mi addormento quasi subito, complice una brezzolina miracolosa, la cagnotta fa lo stesso.
La notte nel bosco può essere fonte di emozioni benevole ma anche angosciose, per i pericoli che si percepiscono e che si possono immaginare, per la circoscrizione degli spazi che ci circondano ed i relativi tranelli che possono nascondere, per il senso avvolgente, quasi senza respiro, dettato dal buio. Le sicurezze vissute nella familiarità, vacillano.
L'autocontrollo è messo a dura prova .
Il buio della notte ci svela la vita, ci fa sentire in compagnia di animali che ci osservano, ci seguono durante il nostro cammino incuriositi da questa nostra interferenza.
Sono presenze amiche e discrete.
Non è dello stesso avviso Bjork che nel cuore della notte ringhia, abbaia con quell'abbaio semi soffocato in gola che fa l'effetto sonoro di un "sboff" in chiave baritonale.
Ha deciso che deve dormire con un occhio aperto, come i cow boy.
Nelle notti successive, usa a sentir passare volpi, topini, insetti vari e, forse, la lince e l'orso, dormirà il sonno di giusti.
Henry David Thoreau.
Ci accampiamo per la notte in una radura, tra faggi e betulle, siamo un po' scesi di quota.
Non c'è molto da fare: stendere lo stuoino, aprire il sacco a pelo, mettere a bollire sul Camping Gaz un po' d'acqua per la zuppa e scrivere un po' prima che faccia buio.
La temperatura nel pomeriggio si è alzata e per i prossimi giorni è previsto un caldo intenso. D'altronde per dormire fuori può andar bene, per camminare meno.
Questo è il destino di chi sceglie di camminare verso Est. Siamo coloro che vanno controluce, quelli che cercano le terre sfolgoranti dell'alba.
Siamo abbronzati sulla parte destra per non confonderci con quelli di Santiago che sono abbronzati all'incontrario perché mostrano la schiena al sole che sorge.
Non volevamo essere pellegrini fra i mille che vanno nella stessa direzione.
Camminiamo verso terre inquiete, dove forse i viaggiatori vengono visti con curiosità e sospetto, o forse il mio cinismo di celta peripatetico mi porta questi pensieri.
Mangiamo, cerco di lavarmi con dosi omeopatiche d'acqua e ci prepariamo per la notte.
Entro nel sacco, Bjork si accuccia al mio fianco, guardinga. Tengo a portata di mano la pila a manovella, il coltello e qualche legno che mi ha prontamente portato Bjork.
Mi addormento quasi subito, complice una brezzolina miracolosa, la cagnotta fa lo stesso.
La notte nel bosco può essere fonte di emozioni benevole ma anche angosciose, per i pericoli che si percepiscono e che si possono immaginare, per la circoscrizione degli spazi che ci circondano ed i relativi tranelli che possono nascondere, per il senso avvolgente, quasi senza respiro, dettato dal buio. Le sicurezze vissute nella familiarità, vacillano.
L'autocontrollo è messo a dura prova .
Il buio della notte ci svela la vita, ci fa sentire in compagnia di animali che ci osservano, ci seguono durante il nostro cammino incuriositi da questa nostra interferenza.
Sono presenze amiche e discrete.
Non è dello stesso avviso Bjork che nel cuore della notte ringhia, abbaia con quell'abbaio semi soffocato in gola che fa l'effetto sonoro di un "sboff" in chiave baritonale.
Ha deciso che deve dormire con un occhio aperto, come i cow boy.
Nelle notti successive, usa a sentir passare volpi, topini, insetti vari e, forse, la lince e l'orso, dormirà il sonno di giusti.
mercoledì 9 agosto 2017
LA FORESTA DEGLI ALBERI CAMMINANTI
Il tempo che di noi fa tanti oggetti, moltiplica la nostra naturale solitudine.
Derek Walcott - Mappa del nuovo mondo
La foresta di Tarvisio, incastonata come un diamante nel lembo estremo del Friuli, nell'unico punto in Europa nel quale si incontrano tre differenti culture ed etnie, la latina, la tedesca e la slava, è un ambiente dal fascino unico per la varietà dei suoi straordinari paesaggi.
Si caratterizza per una storia millenaria che inizia con l'istituzione del fondo di Bamberga da parte dell' imperatore Enrico II.
Mentre ci incamminiamo verso il Wurzenpass siamo accompagnati da questi millenari alberi, alcuni, come l'abete rosso sono detti " di risonanza" per le elevate qualità armoniche dei loro legni.
Antonius Stradivarius Cremonensis sceglieva anche tra questi legni la materia prima per i suoi incommensurabili violini.
Essi camminano, tanti sono che ci accompagnano nel cammino da sembrare legione, e non c'è compagnia più rassicurante di questi antichi Esseri.
Bjork, che con i rami caduti ci gioca ed è una raccoglitrice di legni per la notte, si aggira felice tra i sentieri boschivi, ora freschi dopo la pioggia della notte.
Saliamo di quota, impercettibilmente, e il paesaggio è un susseguirsi di rossi accesi, verdi profondi, canti di ruscelli e presenze di Animali, invisibili ai nostri occhi ma non al naso della lupetta, che però è come avesse stipulato un patto di non belligeranza e cammina nei miei pressi.
Devo attraversare le vostre Terre e mi comporterò da viandante, deve aver pensato. ( mi pare che l'abbia anche detto! )
Contiamo di dormirci nel bosco stanotte e quindi non abbiamo orari e tempi da rispettare. Cammino, cane al fianco, con gli alberi che ci precedono, ci affiancano, ci seguono.
Nessun rifugio ci attende e il bivacco sarà con un tetto di stelle.
"Ora come è stato narrato, la possanza di Elwe e Melian si accrebbe nella Terra di Mezzo e tutti gli Elfi del Bereliand, dai marinai di Cirdan ai cacciatori nomadi dei Monti Azzurri di là dal Fiume Gelion, avevano Elwe per signore; Elu Thingol, così era detto nella lingua del suo popolo, cioè Re Mantogrigio. Essi sono detti Sindar, Elfi Grigi del Beleriand illuminato dalle stelle; e benché fossero detti Moriquendi, sotto il governo di Thingol e grazie all'ammaestramento di Melian divennero i più belli e i più saggi e i più abili di tutti gli Elfi della Terra di Mezzo"
J.R.R. Tolkien - Il Silmarillion - I Sindar
Derek Walcott - Mappa del nuovo mondo
La foresta di Tarvisio, incastonata come un diamante nel lembo estremo del Friuli, nell'unico punto in Europa nel quale si incontrano tre differenti culture ed etnie, la latina, la tedesca e la slava, è un ambiente dal fascino unico per la varietà dei suoi straordinari paesaggi.
Si caratterizza per una storia millenaria che inizia con l'istituzione del fondo di Bamberga da parte dell' imperatore Enrico II.
Mentre ci incamminiamo verso il Wurzenpass siamo accompagnati da questi millenari alberi, alcuni, come l'abete rosso sono detti " di risonanza" per le elevate qualità armoniche dei loro legni.
Antonius Stradivarius Cremonensis sceglieva anche tra questi legni la materia prima per i suoi incommensurabili violini.
Essi camminano, tanti sono che ci accompagnano nel cammino da sembrare legione, e non c'è compagnia più rassicurante di questi antichi Esseri.
Bjork, che con i rami caduti ci gioca ed è una raccoglitrice di legni per la notte, si aggira felice tra i sentieri boschivi, ora freschi dopo la pioggia della notte.
Saliamo di quota, impercettibilmente, e il paesaggio è un susseguirsi di rossi accesi, verdi profondi, canti di ruscelli e presenze di Animali, invisibili ai nostri occhi ma non al naso della lupetta, che però è come avesse stipulato un patto di non belligeranza e cammina nei miei pressi.
Devo attraversare le vostre Terre e mi comporterò da viandante, deve aver pensato. ( mi pare che l'abbia anche detto! )
Contiamo di dormirci nel bosco stanotte e quindi non abbiamo orari e tempi da rispettare. Cammino, cane al fianco, con gli alberi che ci precedono, ci affiancano, ci seguono.
Nessun rifugio ci attende e il bivacco sarà con un tetto di stelle.
"Ora come è stato narrato, la possanza di Elwe e Melian si accrebbe nella Terra di Mezzo e tutti gli Elfi del Bereliand, dai marinai di Cirdan ai cacciatori nomadi dei Monti Azzurri di là dal Fiume Gelion, avevano Elwe per signore; Elu Thingol, così era detto nella lingua del suo popolo, cioè Re Mantogrigio. Essi sono detti Sindar, Elfi Grigi del Beleriand illuminato dalle stelle; e benché fossero detti Moriquendi, sotto il governo di Thingol e grazie all'ammaestramento di Melian divennero i più belli e i più saggi e i più abili di tutti gli Elfi della Terra di Mezzo"
J.R.R. Tolkien - Il Silmarillion - I Sindar
martedì 8 agosto 2017
DAY 0
La strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni.
Partiamo di buon mattino in direzione del Drei Länder Ecke da cui ci inoltreremo nelle Caravanche.
martedì 1 agosto 2017
INTO THE WILD
Paolo Rumiz, nel dedicarmi il suo libro "Via Appia", ha scritto: " alle scarpe di Paolo ( e alle zampe di Bjork )".
Non poteva esserci dedica più gradita e indicata. Le mie scarpe dovranno essere sicure e leggere, le zampe di Bjork salde e potenti.
Amo il viaggiatore e scrittore triestino e la dedica mi ha fatto grande piacere.
Ho volutamente anteposto viaggiatore a scrittore perché ritengo che un viaggiatore sia di per se uno scrittore. Il contrario non sempre è vero.
Viaggiare e scrivere ( e dipingere ) sono azioni che si completano e si sostengono nel procedere del cammino.
Dunque partiamo, domani presto.
Non faremo il giro annunciato, un po' per scaramanzia, un po' per l'illusione di ingannare il destino. Si va dunque per Caravanche, dirigendosi poi verso cammini dolomitici e vie degli ospizi. Viaggeremo a piedi, tranne per l'avvicinamento alla base di partenza che verrà effettuata con la fida Brigitte Peugeot, e poi per unire i vari spezzoni del cammino useremo treni e mezzi pubblici ( ove esistenti ).
News non appena troveremo supporti mediatici adatti, ma non è detto che!
“Per viaggiare basta esistere,”
Fernando Pessoa
Non poteva esserci dedica più gradita e indicata. Le mie scarpe dovranno essere sicure e leggere, le zampe di Bjork salde e potenti.
Amo il viaggiatore e scrittore triestino e la dedica mi ha fatto grande piacere.
Ho volutamente anteposto viaggiatore a scrittore perché ritengo che un viaggiatore sia di per se uno scrittore. Il contrario non sempre è vero.
Viaggiare e scrivere ( e dipingere ) sono azioni che si completano e si sostengono nel procedere del cammino.
Dunque partiamo, domani presto.
Non faremo il giro annunciato, un po' per scaramanzia, un po' per l'illusione di ingannare il destino. Si va dunque per Caravanche, dirigendosi poi verso cammini dolomitici e vie degli ospizi. Viaggeremo a piedi, tranne per l'avvicinamento alla base di partenza che verrà effettuata con la fida Brigitte Peugeot, e poi per unire i vari spezzoni del cammino useremo treni e mezzi pubblici ( ove esistenti ).
News non appena troveremo supporti mediatici adatti, ma non è detto che!
“Per viaggiare basta esistere,”
Fernando Pessoa
lunedì 31 luglio 2017
SE DUE ANNI VI SEMBRAN POCHI
Dromomania canaglia si è insinuata in me, oramai partito per il cammino, facendomi venir voglia di riattivare il blog di Sidecar Smilla. Non cambio nome, questa era l'idea di ampio respiro che pensava di unire all'esperienza in sidecar tutti viaggi prossimi venturi. Così, dato il tempo a Bjork di recuperare forza e muscoli dopo il tempo della paura e del dolore e a me di elaborare il lutto della perdita di Smilla, eccoci pronti per la Via degli Elfi, parte di un più ampio progetto che si chiamerà " Le vie dei Cani" ( Bruce perdonami! ). Allora, con cadenza assolutamente irregolare, potrete, se vorrete, seguire le nostre avventure ogni volta che troverò della tecnologia che mi permetta di postare le impressioni del viaggio.
A presto!
Sean & Bjork
A presto!
Sean & Bjork
sabato 15 novembre 2014
RAMINGHI
ARMORICANI
Smilla de Brest
“Nella maggior
parte delle società di bande e di villaggi, prima dello sviluppo dello Stato,
gli uomini, in generale, godevano di libertà economiche e politiche oggi
riservate solo a una minoranza privilegiata. Decidevano autonomamente quanto
tempo dedicare al lavoro in una particolare giornata, quale tipo di lavoro svolgere,
o anche se lavorare o no.”
Marvin Harris -
Cannibali e re. Le origini delle culture.
-Kolega!
Kolega!-
Il bulgaro
dentro al camion mi vede attraversare l’aiuola dell’area di servizio e mi
apostrofa sorridendo con questo termine che, di primo acchito, non capisco cosa
significhi. Gli sorrido avvicinandomi ma lui questa volta con fare serioso mi
ripete: -kolega-.
Penso di aver
parcheggiato male il mio camion che è vicino al suo, diciotto metri tra
trattore e semirimorchio se messi male bloccano il traffico.
Macché, il
camion è dritto come una freccia e se vuole lui può uscire senza pensieri.
Un po’ deluso dall’incomprensione
tra di noi, quando sono nei pressi del suo bestione mi ripete: -kolega, in
kamiona!-
E allora realizzo:
il buon uomo quando sono arrivato dormiva, poi svegliatosi deve aver guardato
nella direzione del mio camion e ha visto Smilla che mi aspettava, dato che in
autogrill non può entrare, seduta al posto di guida con le zampe appoggiate sul
volante. Da qui l’ilarità dell’uomo che tutto pensava tranne di trovare un cane
alla guida di un Volvo da 700 HP.
Io veramente
kolega, anzi, collega suo non lo sarei perché guido raramente il camion e in
circostanze ben precise. In tempi antichi ho conseguito tutte le patenti e,
complice la mia passione e una distinta predisposizione per la guida, mi è
capitato di lavorare anche come camionista per brevi periodi.
Quando non ce la
facevo più con
enti e società che si occupano del cosiddetto privato sociale mi facevo tre o
quattro mesi di viaggi in camion, racimolando tra l’altro anche un discreto
gruzzoletto.
A onor del vero con
matti, tossici e varia altra umanità mi sono sempre trovato a mio agio e ho
sempre avuto rapporti intensi e costruttivi. Con gli enti e similari, o
comunque con il potere costituito invece spesso si arrivava ai ferri corti. Ho
un pessimo carattere che mi porta a non tollerare chi si approfitta del disagio
altrui e mi prodigo perché lo si sappia. Da qui la scelta di fare questa pause
guidatorie.
Nei tempi
recenti invece viaggio di rado con il camion, a parte quando mi chiamano per
determinate missioni.
Come questa
volta che dobbiamo andare a Brest. L’ingaggio prevede di consegnare camion e
carico in porto dove il tutto sarà imbarcato per destinazione a me ignota e di
mio assoluto disinteresse.
Chi mi affida
questi compiti sa che può contare sul fatto che opero in emergenza, tipo mi
chiami oggi per domani, sono discreto, puntuale ed efficiente. E oneroso. Se
non ti va bene te lo guidi tu il camion.
Riesco così ad
affrancarmi dalla schiavitù del salario e ho la libertà di decidere se partire
o no. Certo non ho la carta di credito, la Mercedes ultimo modello e lo
smartphone di ordinanza, ma sono libero. Non c’è ricchezza maggiore. Pasolini
nel 1975 diceva:
“L'Italia sta
marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo,
moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a
questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa
nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di
essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi
allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle
sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il
fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana,
socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.”
Il più lucido e
scomodo intellettuale del novecento profetizzava quarant’anni fa quello che la
nostra (del primo mondo) società è diventata.
“L’ansia del
consumo è un’ansia di obbedienza ad un ordine non pronunciato.”
La
prevaricazione e l’edonismo imperano sovrani e sono l’humus di un popolo di
sudditi malevoli e ossequienti, invidiosi e adulatori, vili e fascisti.
Interagiamo con gli altri esseri senzienti, umani e non, in un’ottica di
dominio e sopraffazione. Nei confronti degli animali non umani poi stiamo
praticando uno sterminio sistematico per nutrirci, vestirci, divertirci,
convinti di avere superiori abilità, mentre siamo solo diversamente abili
rispetto agli altri animali.
Nel mio
personale percorso verso l’antispecismo e la liberazione animale mi sono reso
conto che la liberazione è connessa a un ripensamento della società e richiede
strategie intellettuali e politiche specifiche. Credo anche che la liberazione animale
debba prescindere, non escludendo, dalla liberazione umana. Si dovrebbero
liberare gli animali anche se ciò causasse un danno o una rivoluzione per la
società degli uomini. La situazione è drammatica e questa è la priorità, non
nego inoltre che reputo collegato il pensiero che considera legittimo lo
sfruttamento degli animali con lo sfruttamento di qualsiasi essere senziente.
Le giustificazioni poi, la storia ci insegna, si trovano strada facendo.
E strada
facendo, mentre Smilla dorme distesa nel letto a castello alle mie spalle,
ascolto Jeanne Moreau che canta la canzone del film “Querelle de Brest” tratta
da The
Ballad of Reading Gaol di Oscar Wilde :
“Yet each man
kills the thing he loves
By each let this
be heard,
Some do it with
a bitter look,
Some with a
flattering word,
The coward does
it with a kiss,
The brave man
with a sword!
Some kill their
love when they are young,
And some when
they are old;
Some strangle
with the hands of Lust,
Some with the
hands of Gold:
The kindest use
a knife, because
The dead so soon
grow cold.
Some love too
little, some too long,
Some sell, and
others buy;
Some do the deed
with many tears,
And some without
a sigh:
For each man
kills the thing he loves,
Yet each man
does not die.”
“Eppure ogni uomo uccide ciò che egli ama, e tutti
lo sappiamo: gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle
parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, l’eroe con una spada!”
Brest mi affascina da sempre, per il nome che sa
tanto di mare, di tempesta, di nord, di finis terrae. Dopo la visione del film di Rainer Werner
Fassbinder, il suo ultimo, ho sempre nutrito l’idea di andarci. Certo le
atmosfere del romanzo di Jean Genet non le ritroverò, alcuni personaggi spero
proprio di non trovarli, ma la magia di quel luogo me la voglio godere. Poi da
Brest faremo un giro per boschi di druidi a caccia di leggende, menhir e
dolmen.
Nei pressi di Lyon decidiamo di fermarci, siamo
quasi a metà percorso e le ore di guida (nove) sono finite. In Francia non si
scherza con la polizia stradale che giustamente non transige sui tempi di
riposo degli autisti di Tir.
Le aree di
servizio francesi sono molto curate, pulite, ci si può fare una doccia calda in
ambiente pulito. I camion hanno un’area sosta dedicata, videosorvegliata, dove
si può riposare in santa pace. Ristorante aperto sulle ventiquattrore, bar a
aree verdi. Smilla, che si sente reginetta dell’autoroute, si muove con
disinvoltura tra aiole e parcheggi. Una bella insalatona, crocchette per
Smilla, una calda doccia e via a nanna nel letto a castello del camion. Sotto
Smilla, sopra io.
-Questa
macchina grandissima che lui chiama camion mi piace molto. Dal sedile accanto
all’uomo posso vedere lontano sopra le altre macchine. Negli incroci lui mi chiede
spesso -Libero?-io non so cosa vuol dire ma muovo la coda con entusiasmo e
allora l’umano ride e io sono contenta. Nelle aree di sosta italiane non mi
piace andare, ma qua in Francia posso entrare quasi ovunque ed è molto bello,
molto verde. E poi gli altri camionisti mi chiamano collega e io sono
orgogliosa. Domani sera arriveremo a Brest e poi andremo nelle foreste a
cercare le fonti dei druidi e le case delle fate. Non credo con il camion che è
troppo grande, vedremo cosa si inventerà il mio prode.-
Arriviamo in porto a Brest mentre un’ultima luce
color prugna avvolge le sagome delle navi in rada. Incontriamo Didier,
l’addetto al ricevimento del mezzo e, chiamato un taxi, ce ne andiamo a dormire
in una locanda consigliata dal bretone. Al mattino visitiamo la città, molto
bella, con un bel castello e fortificazioni varie. Da sempre è stata città
militare e lo si nota dalle tante costruzioni che nei secoli sono servite a
scopo difensivo.
Le atmosfere di Genet le ho rivissute in parte nelle
zone vicine al porto, anche se oggi gli amori tra marinai sono coperti da un
velo di oscenità rispetto ai tempi di Querelle e dei suoi amanti.
Noleggiamo un furgone Citroen e ci dirigiamo verso
la foresta di Paimpont, l’antica foresta di Brocèliande dove passeremo la
notte, perché è di notte che i boschi parlano.
La foresta fa da sfondo a numerose avventure del
Ciclo bretone, in particolare Yvain il cavaliere del leone di Chrétien de
Troyes. L'Armorica o "Piccola Bretagna" è ben presente nel vasto
ciclo bretone, cinque volumi riuniti per la prima volta da Chrètien de Troyes
intorno al 1170. Si dice che all'interno della foresta siano presenti siti
leggendari, tra i quali la Valle senza Ritorno, la tomba di Merlino e gli
abitanti del luogo sostengono che l'albero in cui si suppone che la Dama del
Lago abbia imprigionato Merlino sia tuttora visibile. La Fonte della
Giovinezza, e l'Hotié de Vivianne (il castello della Dama del Lago). Certo, le
avventure di re Artù e della sua corte riguardano anche il Galles e la
Cornovaglia britannica, ovvero la parte settentrionale dell'antico regno. Ciò
nondimeno, buona parte degli avventurosi episodi sulla Ricerca del Graal o
sugli amori ambigui della fata Viviana e del mago Merlino si svolgono
nell'attuale foresta di Paimpont.
Sotto al cielo plumbeo o nella luce cangiante della
Bretagna, impera la natura. Le acque e gli alberi, le pietre e i campi , così
come le opere dell'uomo, i megaliti e le cappelle, i castelli e le torri di
vedetta, tutto è permeato della magica atmosfera della natura. Tutto ciò si
ripercuote sulla nascita delle leggende che in questi luoghi hanno trovato
terreno fertile. Non è un caso se l'Armorica è tra le terre più feconde di
leggende: le maree che dominano la costa, le isole e gli isolotti, sembrano
segnare passaggi verso un altro mondo; ma, soprattutto, le foreste e gli
stagni, le fonti e le strette valli. E' qui che si nascondono le migliaia di
folletti chiamati Korringans, dispettosi per natura e pronti a trascinarvi
nella loro magica ronda; è qui che vagano le anime erranti di coloro che il
traghettatore , Ankoù, la Morte, non ha potuto accompagnare alle isole
fortunate sul suo carro cigolante.
La "Valle senza ritorno"
(Val-sans-Retour), chiamata anche "Valle degli amanti infedeli"
perché la fata Morgana vi imprigionava gli amanti per vendicarsi del tradimento
subito. Circondati da muri di fiamme, sorvegliati da giganti e draghi, non
restava loro nessuna via di fuga. Poi arrivò l'eroico Lancillotto del Lago, che
altre non amava se non la regina Ginevra, e liberò tutti gli amanti
prigionieri. Morgana, furibonda, non perse tempo e denunciò ad Artù, suo
fratellastro, la relazione della sua sposa con il cavaliere che aveva osato
vincere l'incantesimo!
In queste terre dovrebbe trovarsi il luogo in cui il
leggendario re riunì i suoi valorosi compagni attorno alla celebre Tavola
Rotonda, nel castello di Kerduel (in bretone significa la città alta), vicino a
Lannion.
Quando Artù scomparve, nessuno lo credette morto,
nonostante la sconfitta nella battaglia di Kamlann; ma si pensò semplicemente a
un suo ritiro, lontano dagli sguardi del mondo, sotto la protezione di Morgana
e di nove fate, nell'attesa della liberazione dei Celti e della riunificazione
delle due Bretagne. Artù riposerebbe nelle vicinanze di Peumeur-Bodou, sotto ad
un megalite eretto sulla modesta isola di Aval, isola di Avalon, l'isola
delle mele.
Un'attenta analisi porta a credere che le leggende
nascano come trasposizione delle forze incontrollabili della natura, siano onde
o rocce, stagni o foreste. Ogni forza preme per
trovare il suo posto, prediligendo alcuni elementi e
diffidando degli altri. Attorno ad esse, niente è statico o inerte, tutto è
animato e soggetto a metamorfosi. Tutto scivola dall'apparenza visibile verso
un mondo sconosciuto, ma non meno complesso. Il vuoto che sta in mezzo ai due mondi
pullula di esseri insoliti.
Tra questi, le fate sono senza dubbio le più
conosciute e multiformi, a volte belle e benefiche, altre volte orribili e
malvagie, simili a streghe, ma capaci in ogni caso di prodigi di ogni sorta,
grazie alla loro bacchetta magica o ai loro talismani. Padrone del destino, le
fate popolano, accompagnate da elfi e da altre creature alate, i boschi e le
rive dei fiumi e dei laghi, nascondendosi sotto le pietre o negli anfratti.
-Siamo
andati in questa magica foresta e questa notte dormiremo nel furgone che
abbiamo preso a nolo. Bello , nuovo e pulito, sarebbe l’auto ideale per le
nostre avventure. La foresta è veramente magica e la notte la avvolge con un
manto oscuro che le da ulteriore mistero. Io credo, in altre vite, di essere
stata cane di corte reale. L’euforia e la familiarità con cui mi muovo nei
luoghi antichi, presso le fonti d’acqua, tra il selciato degli angiporti
medievali mi fanno immaginare di essere stata il cane di Uther Pendragon.
Già
lo so che questa notte sognerò dame e cavalieri, cacce al cinghiale e al cervo
( ma casomai all’umano non glielo dirò perché lui poverino è vegano), musiche
di menestrelli, fuochi di ceppo nei camini.
Quant
la reïne sul le veit,
al
chevaler en va tut dreit;
lunc
lui s'asist, si l'apela,
tut
sun curage li mustre:
"Lanval,
mut vus ai honuré
e
mut cheri e mut amé.
Tute
m'amur poëz aveir;
kar
me dites vostre voleir!
Ma
drüerie vus otrei;
mut
deviz estre lié de mei"
"Dame",
fet il, "lessez m'ester!
jeo
n'ai cure de vus amer.
Lungement
ai servi le rei;
ne
li voil pas mentir ma fei.
Ja
pur vus ne pur vostre amur
ne
mesf(e)rai a mun seignur"-
Le brume che
salgono dall’oceano innescano sensazioni contrapposte e a volte dissonanti. Sarà
la nebbia, l’alito del drago, a farci da psicopompo verso le terre del sogno?
Tutto sembra
sospeso in una sorta di onirico rallentamento, odori, colori, sensazioni. Sento
tra le mani il profumo forte della terra bagnata quando mi accuccio per
osservare le radici degli alberi. Bevo l’acqua di fonti antiche, vago nei
segreti di un tempo perduto.
-Liberami e
proteggimi
Verità
nell'Apparenza
Ordine nel
disordine
Liberami e
proteggimi
Profilo di
penombra
Alito di vita
Confine tra il
cielo, la terra e il mare
Liberami, proteggimi
Strada deserta
ancora da tracciare
Liberami,
proteggimi
Orizzonte
costante da disabitare
Parlami una sola
parola
Che è tempo di
attesa
Tempo di cielo,
di terra e di mare
Tempo da dove
tutto può arrivare-
Tempo di attesa
Ginevra Di Marco
lunedì 10 novembre 2014
LISBON STORY
Part.3: O FIM DO MUNDO
“Guardo ogni
cosa come una fratellanza e una sorellanza vedo il tempo come nient’altro che
un’idea e considero l’eternità un’altra possibilità. Penso ad ogni vita come a
un fiore, comune come una margherita dei campi, e altrettanto singolare e ad
ogni nome come a una piacevole musica in bocca che tende, perché tutta la
musica lo fa, verso il silenzio e ad ogni corpo come a un leone di coraggio e a
qualcosa di prezioso per la terra. Quando sarà finita, voglio dire: per tutta
la vita sono stata una sposa maritata alla meraviglia. Sono stata lo sposo, e
ho preso il mondo fra le mie braccia. Quando sarà finita, non voglio chiedermi
se ho fatto della mia vita qualcosa di particolare e di vero. Non voglio finire
avendo semplicemente visitato questo mondo.”
Queste parole di Mary Oliver, tratte da “When Death
Comes”, mi sovvengono mentre siamo accanto al mare, non fa freddo e affondiamo
tra la sabbia delle spiagge di Cascais, dove, come dicono i nativi, la terra
finisce e il mare comincia. Le lunghe onde ci bagnano le gambe e il cuore e le
zampe.
Ora, alla “fine
del mondo”, la ponta mais ocidental do continente europeu, lasceremo le nostre
ombre libere di andare verso vite migliori. Si compie qui ed ora, sia per me
che per Smilla, una rinascita da vite che hanno esaurito il loro percorso.
Tra eteronimi e
ortonimi di Fernando Pessoa vaghiamo per mercatini rionali, tram e azulejos.
Barocco e manuelino in sincretica fascinazione.
Tra gli stretti
vicoli dell’araba Alfama, intrigo di voci e di popoli, miscuglio del mondo dove
le persone si fanno compagnia è l’amore che è l’essenziale.
L'elevador de
Santa Justa, anche conosciuto come El Grasciaro, ci porta nel cielo di Lisbona.
Questa incredibile struttura neogotica risale al 1898 ed è un vero e proprio
precursore dei moderni ascensori. Dotato di cabine di legno e ottone, fu
azionato prima dal vapore e poi dall’energia elettrica ed è inserito in una
torre di ferro che per molti aspetti ricorda la struttura della Tour Eiffel. Ai
tempi venne considerato un azzardo progettuale per il dislivello che superava,
mettendo in collegamento la Baixa con il Chiado, per i materiali utilizzati e
per il viadotto sospeso che permetteva di raggiungere l’ascensore dalla
stazione superiore.
Dalla cima della
torre, tramite una scala a chiocciola, si trova un panoramico caffè da cui si
gode una delle più belle viste sulla città e sul Castelo de São Jorge.
Il ponte 25 de
Abril è un ponte sospeso sull'estuario del fiume Tago e venne costruito
dall'American Bridge Company, la stessa compagnia che si occupò della
costruzione del famoso Golden Gate Bridge di San Francisco, al quale il ponte
25 de Abril è ispirato. Mentre rimiriamo questa meraviglia si avvicina un ometto
che comincia a declamarci tutti gli artefici della costruzione dell’opera
passando poi al Padrão dos Descobrimentos, il monumento alle scoperte,
elencandomi di seguito le decine di navigatori a cui è dedicato. Ringrazio
questo distinto e gentile signore che però mi fa capire che se gli dessi
qualcosa per uma bica, un caffè detto alla lisboneta, sarebbe cosa gradita!
E’ la seconda
volta che un portoghese si comporta da spagnolo o italiano, l’altra è stata
passeggiando lungo il Rossio quando un tipo voleva vendermi dell’hashish. Al
contrario degli spagnoli e degli italiani, i portoghesi sono molto riservati e
gentili. Non insistono e, anche nelle due occasioni di scrocco da me vissute,
si rivolgono con estrema educazione. Lontani anni luce dai loro cugini spagnoli
che mi hanno proposto di acquistare in sequenza: oro, argento, droghe varie e
di vari colori, armi e una notte con una loro amica che a dir loro sarebbe
stata lietissima di offrirmi le sue grazie.
I portoghesi
invece sono differenti, sarà la saudade, questa forma di malinconia, un
sentimento affine alla nostalgia. Etimologicamente, deriva dal latino solitùdo,
solitudinis, solitudine, isolamento e salutare, salutatione, saluto.
In alcune
accezioni la saudade è una specie di ricordo nostalgico, affettivo di un bene
speciale che è assente, accompagnato da un desiderio di riviverlo o di
possederlo. In molti casi una dimensione quasi mistica, come accettazione del
passato e fede nel futuro.
Fatto sta che
loro hanno fatto la rivoluzione dei garofani cacciando una dittatura terribile
senza spargimenti di sangue. Quello che di Lisbona poi colpisce molto è la
mescolanza di caratteri somatici. Credo di aver visto le persone più belle in
questa città. Donne dalla pelle nera e gli occhi verdi, ragazze con gli occhi a
mandorla e i dreads, ragazzi biondi con gli occhi neri come la pece.
E’ una città che
non si lascia ammirare solo per le sue bellezze paesaggistiche ed
architettoniche ma anche per ciò che racchiude nel suo spirito più antico,
costituito da enigmi profondi, ricchi di fascino ed a volte sconfinanti nel
mistero.
C’è uno spirito
antico nelle capitali europee e in un certo senso questo è parte di noi e può
in qualche modo contrastare l'invasione di una modernità non sempre rispettosa
del passato. A Lisbona si può trovare la spiritualità più innocente e autentica
dei quartieri antichi, indugiando su arcaiche vie in cui è ancora facile
trovare artisti dediti alla musica, poeti, volti umili di artigiani.
“L’anima è troppo
leggera per il peso della realtà”
Visitiamo il
monastero dos Jerónimos ("dei Geronimiti") che si trova nel quartiere
di Belém. Realizzato in stile manuelino su progetto dell'architetto Diogo de
Boitaca, fu fatto costruire dal Re Manuele I per celebrare il ritorno del
navigatore portoghese Vasco de Gama, dopo aver scoperto la rotta per l'India.
La leggenda
narra che il monastero venne costruito dove esisteva la chiesetta Ermida do
Restelo, nella quale il navigatore ed il suo equipaggio, trascorsero in preghiera,
la notte precedente alla partenza per il viaggio che li portò alla scoperta
della rotta per l'India, rivelatasi poi fondamentale per la storia
dell'umanità. La sua costruzione iniziò nel 1502 ed ebbe termine dopo circa
cento anni. La sua costruzione venne finanziata dal cinque per cento delle
imposte riscosse sulla importazione delle spezie dall'India. Lo stile manuelino
con il quale venne edificato, si caratterizza per la mescolanza di elementi
decorativi del tardo gotico e motivi del rinascimento. Fanno eccezione il
portale principale e laterale, l'interno della chiesa ed il chiostro. Le
cappelle della chiesa furono restaurate in stile rinascimentale nel XVI secolo
e contengono i monumenti funebri di Manuele I e della sua famiglia oltre che di
altri Re del Portogallo.
Appena
all'interno del portale principale (occidentale) si trovano le tombe, in stile
neo manuelino, del navigatore Vasco de Gama e del poeta navigatore Luís de
Camões. Nella cappella del chiostro, riposano dal 1985, le spoglie dello scrittore
Fernando Pessoa.
-Il sentiero è il mio compagno
Un quieto ed eterno amico
Siamo così simili
Non c’è fine al nostro viaggio.
Trovo gioia nel vagare
In questa terra eternamente
Dietro ogni alta montagna
E valle devo guardare.
Il sentiero è il mio compagno
In qualsiasi direzione esso vada
Ed io rimarrò una Pellegrina
Fino al giorno in cui morirò.-
Rientriamo nella
nostra casetta all’Alfama che un amico velista italianoci ha messo a
disposizione mentre sta facendo la traversata dell’Atlantico con la sua
compagna, proprietaria dell’appartamento.
In questo
quartiere i vecchi stanno seduti fuori gli usci delle porte e annunciano che si
è arrivati all'Alfama. Nei vicoli stretti, con le case addossate l'una
all'altra, arriva sempre troppa poca luce e aria quindi gli abitanti passano
gran parte della loro giornata per strada chiacchierando coi vicini, incuranti
del continuo passaggio di turisti.
L'Alfama,
sdraiato sulla collina alla destra della Baixa, è certamente uno dei luoghi più
caratteristici e autentici di Lisbona. Poco colpito dal grande terremoto del
1755, ha conservato l'architettura spontanea con cui era cresciuto con
l'espansione della città fuori dalle mura antiche. Parcheggiamo Nema Problema
di fronte alla locanda dove mangeremo, che è dirimpetto alla nostra casa.
Alla notte la
città si anima, malinconica di giorno, la sera Lisbona diventa vivace e i
portoghesi vivono la città intensamente. Non c’è nulla di più portoghese che il
malinconico e profondo canto del fado, nato, a quanto pare, in una taverna del
quartiere di Alfama. Al giorno d’oggi, il fado è inseparabile dall’essenza di
Alfama ed è proprio qui fra vicoli, selciati e palazzi moreschi scalcinati che
si trovano i migliori locali dove ascoltarlo. Il nome deriva dal latino fatum
(destino) e le origini sono incerte anche se antiche e probabilmente legate ai
ritmi brasiliani. Intenso, struggente e da sempre accompagnato da sentimenti di
malinconia e nostalgia d’amore e di vita, il fado racconta temi di emigrazione,
di lontananza, di separazione, dolore e sofferenza. Non è necessario capire il
significato o il senso delle storie narrate e cantate, la melodia e la saudade
(nostalgia) delle note coinvolge così tanto lo spettatore che questo ne coglie
comunque il sentimento e ne viene totalmente rapito.
“Se mi sveglio,
addormentami.”
Entriamo nella
locanda da dove escono le note di questa musica malinconica che, come tutte le
musiche popolari, ha trovato la sua incubazione negli ambienti al confine della
malavita e della piccola delinquenza urbana, analogamente a quanto è accaduto
per il samba e il tango. Sono gli ambienti che prediligo e a quanto pare li
predilige anche Smilla, del resto si è fatta un anno e mezzo di “prigione” e si
trova a suo agio con questi uomini dalle facce truci ma di pregiata ospitalità.
Ci accolgono come se fossimo dei loro e la notte prosegue tra musica, fumo e
sonore bevute di Ginginha a base di ciliegie e Vinho do Porto.
-Certo che sei mesi fa non avrei pensato di trovarmi
in una fumosa locanda portoghese, tra fumo, fado e facce da galera, con questo
umano che sembra più randagio di quanto lo fossi io quando ero randagia. Mi
piace stare con lui e, se da un lato sento questa responsabilità nell’averlo
adottato, dall’altro la leggerezza con cui cerca di contrastare il peso delle
vite che ha dovuto accompagnare negli anni in cui ha lavorato in carcere, in
comunità, con i malati di mente, mi fa capire che saprà rendere leggera anche
la mia vita, rendere innocue le mie paure. Ora i musicanti stanno suonando un fandango
e, aiutato dal vino e dalle grazie di una bella lusitana, l’uomo si lancia in
un sensualissimo ballo, dapprima lentamente, poi con un andamento via via
crescente. La dama risponde, incoraggiandolo, alternando momenti di ballo di
coppia ad esibizioni della sua maestria mentre l'umano, ormai rapito dal
fascino di questa dea, si limita a marcare il ritmo sobriamente. Le movenze
sensuali e ritmate, tipiche dei caratteri latini, rendono ipnotica l’atmosfera.
Altri uomini si uniscono alle danze, a volte in Portogallo il fandango prende
l’aspetto di un ballo individuale, perché spesso la coppia si divide per fare
degli assolo. Si balla frequentemente anche tra uomini e, come in questo caso,
il ballo è caratterizzato dal tempo tenuto battendo i piedi per terra, però non
è flamenco, è lento e pacato come il carattere malinconico lusitano. Ora però
ho intravisto la porta della cucina e lo lascio al suo destino. Tanto si sta
divertendo!-
Ad un certo
punto ho perso di vista Smilla, ho perso il ritmo del fandango e ho perso anche
Gisela, la mia Tersicore lusitana, salvo poi ritrovare tutti e tre fuori dal
locale, ma dentro Nema Problema che saggiamente viene guidata da Gisela. Di
certo affascinata dalle mie performance danzerine ci porta a casa sua e mi
salva da una sbronza già di difficile smaltimento, ma non ancora colossale come
sarebbe potuta essere se questa dolce meraviglia non mi avesse portato via. Chi
sei misteriosa creatura, comparsa nella notte tra il fumo e le chitarre?
“Ti ho cercato,
amore mio, in ogni atomo di te che è disperso nell'universo. Ne ho raccolti
quanti mi era possibile, nella terra, nell'aria, nel mare, negli sguardi e nei
gesti degli uomini.”
Gisela ride
mentre le declamo queste parole di Tabucchi e allora insisto:
“Come può essere
presente la notte. Fatta solo di se stessa, è assoluta, ogni spazio è suo, si
impone di sola presenza, della stessa presenza del fantasma che sai che è lì di
fronte a te ma è dappertutto, anche alle tue spalle, e se ti rifugi in un
piccolo luogo di luce di esso sei prigioniero perché intorno, come un mare che
circonda il tuo piccolo faro, c'è l'invalicabile presenza della notte.”
Sono passati tre
mesi da quella notte. Mi sovvengono, mentre siamo accanto al mare, non fa
freddo e affondiamo tra la sabbia delle spiagge di Cascais, dove, come dicono i
nativi, la terra finisce e il mare comincia, le parole di Tabucchi:
“Non si sentì
rassicurato, sentì invece una grande nostalgia, di cosa non saprebbe dirlo, ma
era una grande nostalgia di una vita passata e di una vita futura, sostiene
Pereira.”
Le lunghe onde
ci bagnano le gambe e il cuore e le zampe mentre io e Gisela camminiamo e
Smilla galoppa sulla sabbia .
“The track is my
companion
A quiet eternal
friend
For so alike
toghether
We have no
journey’s end.
I find joy in
roving
This land
eternally
Beyond each
lofty mountain
And valley I
must see.
The track is my
companion
Whichever way it
lies
And I’ll remain
a Pilgrim
Until the day I
die.”
Laury Wells –
Prelude
Tratto da INSIDE
BLACK AUSTRALIA
antologia di
poesia aborigena a cura di Kevin Gilbert
QUDU editore
Bologna.
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